Ammalarsi di Ipocondria

Ipocondria: la paura di sentirsi malato

L’idea di sentirsi ammalati spinge a sentire più acutamente la propria vita: fa avvertire più acutamente il proprio non vissuto, spingendolo ad una qualche forma di realizzazione.

Mette fretta, molta fretta.

paura di morireIn questo senso, sentendosi così malati, debilitati, quasi ad un passo dalla morte l’ipocondria induce il proprio pensiero verso il significato delle proprie azioni, mettendo in discussione tutto ciò che si è fatto in passato quello che si sta facendo e le  proprie possibilità future.

Mediante l’ipocondria che, nei soggetti più colpiti può contribuire a materializzare anche l’idea della morte, il soggetto non può più mentire a se stesso, costringendosi ad aprirsi alla consapevolezza dei propri bisogni.

L’idea della malattia, per quanto immaginaria,  spinge ad identificarsi con tutti gli eventi a cui ci sente legati, chiedendosi se si sarà in grado di guarire e quindi di partecipare a tutte le possibilità che si hanno a propria disposizione. Anche se si capisce che la propria malattia è inesistente il corpo si comporta come se così non fosse, come se ci fossero dei limiti fisici e mentali in grado di compromettere per sempre le proprie capacità, con un destino sempre più sfuggevole e sfocato.

La paura generalizzata di essere malati e il pensiero estremo verso la morte dunque, contribuiscono alla formazione di una psiche fuori equilibrio, non oggettiva, ma estremamente percettiva e consapevole.

Il pensiero della malattia tuttavia, come ben sanno tutti gli ipocondriaci, può avere un versante del tutto patologico. Vediamo come si manifesta:

La morte, forse massima esperienza psicosociale nella quale il soggetto, per volontà collettiva, deve vivere la propria, si trasforma in dipendenza assoluta e passività. Le culture umane per lo più  proibiscono ad un soggetto di interferire maniera attiva nei confronti di questo evento capital. Per tale ragione esiste tutto un dispositivo di proibizioni, interdizioni, per impedire che il soggetto formuli il suo sé come parte attiva nei confronti della sua malattia fittizia e della paura di morire.

In particolare, l’ignoranza medica  instaura la dipendenza assoluta dal potere sacro del medico.

paura della morte e ipocondriaLa proibizione religiosa nei confronti della gestione del dolore nelle fasi terminali delle malattie apre oggi parentesi molto rilevanti. Ad esempio l’accettazione collettiva della idroterapia (la terapia del dolore), la quasi universale predizione all’eutanasia (morte dolce), il sentimento di orrore e di implicita condanna in caso di suicidio (anche di fronte a situazioni di intollerabile sofferenza). Tutti questi sono fenomeni che esprimono univocamente lo stesso significato, cioè l’interdizione con cui il soggetto gestisce eventi importanti della propria vita, il dolore morale, la sofferenza fisica la malattia alla morte, finendo con il rimanere  in una condizione di esproprio, di alienazione.

In più, la tendenza della nostra cultura è quella di far vivere o far vivere l’ipocondria come una condizione di stupidità o di umiliante incapacità. Il soggetto vorrebbe riscuotersi da queste sensazioni illusorie e ingannevoli ma semplicemente non è in grado di far “guarire” il proprio corpo con il desiderio di ritrovare lo stato di salute precedente, ignorando i falsi segnali ricevuti dalla propria mente.

Per tutti questi motivi, l’ipocondria è inscritta all’interno di un meccanismo socioculturale che pone in primo piano la dipendenza del soggetto dai rappresentanti sociali della vita (dai quali pertanto sembra debba discendere ogni benessere) e dalla fonte suprema di essa, Dio.

Sia in ambito religioso che in ambito laico, la morte viene intesa come perdita del massimo beneficio, con l’effetto di valorizzazione categoriale degli enti del mondo (sociali e religiosi).

È chiaro dunque che, per contro, l’autonomia morale innesca un processo di relativizzazione del valore della vita, spingendo ad una completa inversione dei valori. Si tratta in questi casi di superarla partendo dall’annullamento della propria ipocondria.

Nei casi di fobia manifesta, ovviamente si avvertono dei livelli tali per cui essi vengono avvertiti come prova inconfutabile della dipendenza assoluta nei confronti dei “dispensatori” di salute e vita. In questo caso, poiché il bene del corpo dipende da una volontà esterna, esso può essere sospeso o del tutto interrotto.

La paura di ammalarsi cronicamente e di morire fanno parte di un’unica condizione di orribile, interminabile sospensione agonica. La paura di morire rappresenta la paura di essere vivi, una condizione di interminabile vita apparente, vivere la morte mentre si è ancora vivi: in una parola essere “morti viventi”.

Qualcosa, in sostanza, impedisce al soggetto il diritto di sentirsi completamente vivo, questa condizione viene associata all’intollerabile sensazione di essere prigionieri della vita.

Inibiti nei loro diritti di apparire positivamente, cioè in una qualche forma integrata nell’ordine dei rapporti, i bisogni stessi dell’individuo giungono ad un limite estremo e si possono d’improvviso mutare di segno, diventando vitalistica rivendicazione nei confronti degli altri, rivendicazione che può riempire il soggetto di pulsioni vendicative.

A questo punto, il soggetto è costretto a vedere la morte come limite, sicché la paura della morte viene ad assumere una funzione esplicitamente punitiva.

In sintesi: consapevolezza della morte e quindi del non vissuto possono instillare una coscienza dialettica della possibile e dell’impossibile, il giusto dall’ingiusto, del contingente dell’assoluto.  Pertanto se in un primo momento la paura di morire riguarda semplicemente l’intuizione di stato di bisogno non vissuti e la loro alienazione nella realtà, in un secondo momento la paura della morte può esprimere l’angoscia di esclusione da sociale quindi l’angoscia di perdere definitivamente quei benefici grazie ai quali la vita potrebbe ritenersi soddisfatta.

A questo punto la paura di morire  sortisce l’effetto di limitare drasticamente il desiderio di restaurare l’ordine della rinuncia del pentimento. Il soggetto colpito dal timore della morte o dal panico ipocondriaco vede dileguare le istanze presenti nella sua personalità e deve restaurare l’ordine violato da quelle stanze.

Concludendo dunque, egli viene privato della possibilità di trasformare la propria moralità dei bisogni. In tal senso l’ideologia della morte di un determinato soggetto si avverte nella sua capacità di cogliere e di usare la morte come simbolo del limite morale, limite che insegna l’analisi e il giudizio più o meno sereno dei bisogni propri e altrui. Per tale ragione è bene intraprendere un percorso di auto consapevolezza per ritrovare la vera identità che rischierebbe di smarrirsi in corrispondenza delle proprie fobie e delle proprie, auto imposizioni.

Ultimo aggiornamento:settembre 30, 2014